Omelia d’ingresso in Parrocchia di Don Francesco Megale – 25 settembre 2016

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“Dio è amore. Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è Amore” (1Gv 4, 7-12)

Carissimi fratelli e sorelle, buona sera, grazie per la calorosa accoglienza, questa attesa è stata sofferta, sia per voi che per me, mi sentivo come in mezzo a due fuochi, due fuochi d’amore, che bruciano ma non consumano.
Il Signore ci ha ricolmati d’Amore, ne sono convinto, ed è per questo che ho pensato di iniziare questo mio intervento di ringraziamento e di saluto con queste parole di San Giovanni, perché credo siano le più adatte ed esprimono il motivo della presenza della Chiesa in un determinato territorio, e, concretamente quello che la parrocchie è chiamate a testimoniare: l’Amore Dio. Questa è la nostra missione. Nostra, di sacerdoti e laici insieme.

Innanzi tutto permettetemi di ringraziare sua Ecc. Mons. Giuseppe F. Morosini, per avermi affidato questo servizio pastorale nella vostra comunità insieme al carissimo don Nino Palmenta, al quale va il mio secondo saluto e un grazie dal profondo del cuore per l’accoglienza e l’attenzione. Carissimo don Nino, sono sicuro che ci troveremo bene, lavoreremo insieme per il bene spirituale di questi nostri fratelli, e non credo ci vorranno molti sforzi per vivere la comunione fraterna. Io vengo come aiuto fino a quando Dio vorrà. Non ho altre aspirazioni se non quella di vivere la Carità con tutti, e soprattutto con te e con il vice parroco don J.Luis.
Saluto e ringrazio don Antonio Carfì, nostro Vicario Zonale, per la sua presenza, segno di comunione nella nostra Vicaria, e per la bella omelia.
Un saluto e un grazie a tutti i confratelli sacerdoti presenti, in particolare a quelli della Zona. Un saluto alle autorità. In particolare al signor Sindaco e a tutto il Consiglio Comunale.
Saluto tutti voi qui convenuti: prima di tutto i fedeli della comunità di Sant’Aurelio V. in Arghillà, con il suo parroco don Antonino Iannò che ha voluto compiere questo gesto di affetto e di fraterna amicizia, venendo qui insieme a tanti parrocchiani. Per lui e la sua missione chiedo di fare un applauso come segno di vicinanza e di affetto tra le due comunità. Il Signore, buone e grande nell’amore, mi ha fatto fare una esperienza singolare di comunione e di carità che non potrò dimenticare, essendo stata questa la mia prima parrocchia; Saluto e ringrazio la comunità dei Santi Pietro e Paolo in Cardeto, mia parrocchia d’origine; Saluto gli amici della Comunità di Santa Maria d’Itria, i miei primi due anni di vita sacerdotale li ho vissuti lì, insieme a compianto don Mimmo Marino, come vice parroco; Saluto alcuni miei Compagni di scuola; I fratelli e amici del Commino Neocatecumenale; I fratelli del Rinnovamento nello Spirito; Gli agenti di Polizia Penitenziaria del Carcere di Arghillà, gli educatori, i volontari e tutti i fratelli ristretti i quali, questa mattina, hanno pregato per me e per questa nuova missione, anche per loro vi chiedo una preghiera; Saluto gli amici dell’Associazione di Polacchi presenti nella nostra città.
Un grazie è doveroso dirlo a due donne speciali. Una è ovviamente la mia mamma qui presente, mamma Maria, sarà una di noi, mi segue e mi custodisce, questo credo sia una delle missioni più importanti che il Signore affida alle mamme dei sacerdoti o ai parenti. Infatti, l’altra donna che vorrei salutare e ringraziare è la sorella di don Nino, la signorina Concettina Palmenta. Perché il grazie. Non solo per quanto fanno per noi, ma soprattutto perché con la loro presenza e il loro servizio ci aiutano a portare avanti la nostra missione. Vedete, di solito, molte donne si lamentano sempre perché dicono che i mariti sono pesanti; immaginatevi cosa significhi seguire un prete, chiedete a loro quanta fatica nello starci accanto… Vero? Possiamo fare un applauso per dire grazie? Grazie per quello che fate per noi; Un saluto anche ai miei parenti, mio fratello Antonio, la moglie e i nipoti.
Un saluto e un abbraccio grande a tutti voi miei nuovi parrocchiani, alle quattro chiese presenti in questo territorio: La comunità di Campo Calabro (Sant’Antonio); La comunità di Campo Piale (San Giuseppe); La comunità di Musalà (Madonna del Carmine); la comunità di Matiniti (Ognissanti). Grazie in particolare al Consiglio Pastorale che in questi giorni, insieme a don Nino, si è preoccupato di organizzare questa solenne Liturgia. Grazie per il vostro servizio e per questa accoglienza. Sono felice di essere qui con voi per iniziare questa “nuova avventura”. Invoco già da ora lo Spirito Santo per essere da Lui guidati in ogni nostra azione e affinché possa continuare a suscitare sante vocazioni così come ha fatto in passato con: Don Filippo Cotroneo, Don Giuseppe Repaci, Don Pietro Sergi, e tra qualche mese seminarista Vladimiro Calveri. A loro anche un fraterno abbraccio.
Saluto e abbraccio affettuosamente tutte le realtà presenti: La comunità delle Piccole suore di San Giuseppe: Suor Lucia e Suor Raffaella; Gli Scout, l’AC; le catechiste e il coro parrocchiale che ha animato la liturgia e i confratelli delle tre Congreghe.
Dice il libro il Qoelet che c’è tempo per ogni cosa, oggi inizia, per noi il tempo dell’incontro, dell’accoglienza, della conoscenza e della condivisione.
Alcuni di voi conoscono il mio modo di essere prete, di come ho portato avanti il lavoro pastorale nella realtà di Arghillà. Tuttavia, ho pensato di condividere alcune riflessioni per farmi conoscere e capire l’idea che ho di comunità e su quali basi ho cercato di fondare il mio essere pastore.
Voi sapete benissimo che la missione del sacerdote consiste, principalmente, nel lavorare insieme ai credenti per costruire una comunità evangelica, sullo stile delle prime Comunità Cristiane. Negli Atti degli Apostoli leggiamo che le prime comunità : Partecipavano con fedeltà all’insegnamento degli Apostoli, alla comunione fraterna, alla frazione del pane e alle preghiera. (Att.2,42ss.) La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola, e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era tra loro comune. (Att. 4,32). Da questa descrizione sottolineo due elementi per me fondamentali al fine di costruire una comunità dove regna l’Amore. Sicuramente dirò cose che vivete già, ma, riportarle alla mente certamente ci aiuta:
1) La preghiera: Nessuno di noi, credo, pensa che siamo noi a edificare il Regno di Dio, è lo Spirito che costruisce con noi e insieme a noi; Per questo, sono convinto che, se vogliamo “Risorgere”, cioè, essere ancora di più attenti al prossimo, chiunque esso sia, nessuno escluso, mai, dobbiamo inginocchiarci. Solo la preghiera personale e comunitaria fa crescere il rapporto, l’amicizia, la conoscenza, l’amore con il Cristo Risorto. Ho visto che qui abbiamo una bellissima cappella del Santissimo, è da lì che dobbiamo ripartire. Il come e i tempi li vedremo, ma senza Adorazione non si vive, la comunità muore.
2) La Comunione: dobbiamo lavorare per crescere nella comunione: Rispetto ed accoglienza di tutti nella diversità dei carismi. La parrocchia siete voi, è bello che ci siano tante realtà, ma non serviranno a nulla se non testimoniamo l’amore tra di noi: Vi riconosceranno dall’amore che avrete gli uni per gli altri (Dice Gesù ai suoi discepoli). In chiesa non ci sono posti d’onore, ma chi vuol essere il primo tra voi sia l’ultimo e il servo di tutti; l’amore verso Dio ci porta ad avere un cuore libero dagli attaccamenti alle cose umane. Tutti siamo utili, per tutti c’è posto nella chiesa, ma non tutti possiamo fare tutto. Questa capacità di discernere spetta ai sacerdoti. Il sacerdote, nel valutare e nell’affidare i compiti, non può guardare solo al beneficio della persona, ma sempre al bene della comunità. Vi riconosceranno dall’amore che avrete gli uni gli altri…non dimentichiamoci. L’amore richiede l’umiltà e la misericordia. Dio Ama perché è umile; Dio ama perché perdona. Perdona se noi riconosciamo i nostri peccati e ci convertiamo.
Queste due dimensioni unite ad altre, servono per i cosiddetti vicini. Ma la comunità deve pensare anche a chi ha perso la fede, a chi si è allontanato per un qualsiasi motivo, a chi non ha avuto ancora nessuno che gli abbia detto: Gesù ti ama; vieni e vedi com’è bello fare esperienza d’amore. Per questo dobbiamo lavorare per essere una Chiesa in uscita. Non possiamo chiuderci per paura del diverso. Le comunità chiuse sono già finite, morte, è solo questione di tempo. Allora dobbiamo uscire. Da qui altri due aspetti per vivere questa apertura al mondo:
3) L’attenzione ai lontani: Cercheremo insieme di trovare le strategie pastorali che più si adattano a questo territorio per arrivare ai cosiddetti lontani. Sappiate però che da solo posso fare poco e niente. Molto dipenderà dalla passione e dall’impegno che ci metterete nel dare ai giovani, soprattutto a loro, opportunità diverse di quelle che oggi offre il mondo, dobbiamo lavorare per suscitare in loro il desiderio di avvicinarsi alla chiesa. Per attirare e farli rimanere bisogna che trovino volti gioiosi e sorridenti. Gioiosi e sorridenti non perché abbiamo fatto una bella festa e abbiamo avuto un buon incasso, ma perché “abbiamo visto il Signore”. Ecco perché chi collabora con i parroci avrà una responsabilità più grande. Il paradiso bisogna meritarselo, dovremo faticare molto. Ripeto, i giovani hanno bisogno di vedere volti gioiosi e cuori accoglienti e misericordiosi, senza queste qualità non possiamo sperare di poterli attirare. Confido in voi.
4) Il rapporto con le realtà sociali: Credo molto nella collaborazione con le istituzioni e le associazioni, anche con quelli che hanno una fede diversa dalla nostra. Ci sono alcune cose che ci uniscono: l’interesse per il bene comune; il rispetto della dignità di ogni persona umana e della sua libertà senza distinzione di sesso, di coloro della pelle, di provenienza etnica o religiosa, di età; la formazione morale dei cittadini. La chiesa non ha paura di confrontarsi, di collaborare con chi la pensa diversamente, per cui, nel rispetto dei ruoli e delle finalità di ciascuno, lavoreremo insieme alle altre agenzie educative e di volontariato, se questi lo vorranno, per andare incontro a chi si trova in condizioni svantaggiate. Un’attenzione particolare dobbiamo darla ai nostri giovani. Per essi l’emergenza non riguarda solo l’educazione e la formazione, ma anche la mancanza di lavoro. È triste e anti evangelico, vedere tanti giovani che dopo aver studiato e acquisito competenze di un certo livello, sono costretti ad abbandonare la propria terra e gli affetti ed emigrare anche fuori Italia, con la speranza di costruirsi un futuro migliore. Se sarà necessario siamo pronti a scommettere anche su questo aspetto. Questo credo che possa bastare come saluto, sono stato lungo, ma sentivo il bisogno di iniziare così.
Allora, affidiamoci alla Misericordia di Dio, chiedendo l’intercessione di Maria Maddalena, la Santa raffigurata in questo mosaico bellissimo, che ci ricorda che la chiamata di ciascuno a lavorare nella Chiesa, non dipende dalle capacità umane che si possono vantare davanti a Lui, ma dalla Sua infinita Misericordia. Vi abbraccio paternamente e vi benedico di cuore. E come dice il Santo Padre Francesco, per favore, non dimenticatevi di pregare per me, anzi per noi vostri Sacerdoti. AMEN.

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